Une certaine tendance du théâtre anglais. L’In-yer-face e Sarah Kane.

La drammaturgia inglese dal dopoguerra in avanti è stata indubbiamente la più rivoluzionaria che l’Europa abbia prodotto. La pratica costante dell’understatement e del black humor insulare non ha mostrato cedimenti nemmeno in ambito teatrale ed anzi ha tratto innegabile giovamento dalla frana formale che ha travolto il teatro continentale nel XX secolo, diventando veicolo di una sistematica detonazione di convenzioni legate sia alla forma che alla rappresentabilità.

Basterebbero un pugno di nomi per dimostrare la fondatezza di quanto appena affermato: Beckett, Pinter, Bond, Wesker. E fino a questo punto alla quasi totalità del grande pubblico – anche italiano – non resterà che concordare sul fatto che pochi altri canoni novecenteschi possano vantare due Nobel per la letteratura – segnatamente teatrale nel loro novero e trarre perciò le logiche conclusioni.

Quello che probabilmente il grande pubblico però ignora è come la tradizione contemporanea abbia generato appendici di straordinario interesse, dal punto di vista dell’esplorazione formale come contenutistica.

Gli autori succitati introducono nel teatro inglese anche una rediviva aggressività – memore di Shakespeare e dei giacomini (Johnson, Webester, ecc.) – , non più solo evocativa: una violenza che a questo stadio di sviluppo della drammaturgia britannica non è ancora sistematicamente impiegata né eccessivamente brutale e grafica ma veicolare di quel senso di sopraffazione politica che tra gli anni ’50 e ’80 ha duramente compresso l’assetto sociale inglese.

La violenza di questi drammaturghi, pur avendo spesso dei referenti nella realtà e rifacendosi sovente ad episodi realmente accaduti, è ancora e soprattutto impiegata in scena, rappresentata metaforicamente.

Negli anni ’90 un gruppo sparuto e disomogeneo di giovanissimi autori, tra i 20 e i 30 anni, formatisi spesso nelle fucine drammaturgiche di importanti istituzioni teatrali londinesi, come il Royal Court o il National Theatre, memore delle lezioni di Beckett, Pinter, Bond ma anche della corroborante rabbia sapientemente rivestita di humor graffiante di Caryl Churchill, irrompe sulla scena imprimendo un ulteriore sconvolgimento formale e ricettivo al teatro britannico.

Nasce l’in-yer face theatre. Questo teatro giovane è aggressivo, irruente, sanguigno ma anche caricaturale, sovraccarico e allo stesso tempo narcotizzato nell’inedia; ma nonostante il carattere composito e contraddittorio delle sue componenti formali e delle biografie dei suoi autori, ha ben chiaro il proprio scopo:

Gridare in faccia ad una società sprofondata nel coma consumistico la rabbia di una generazione che non ha intenzione di ribellarsi – come quella di Osborne – ma di autodistruggersi e nel più clamoroso dei modi, così che nessuno potrà rimanerne indifferente.

Questo è l’in-yer face theatre: un grido sconnesso di disperazione, l’estrinsecazione formale di un caos che regna in vite giovani ma già piagate dalla disperazione di un futuro senza prospettiva e di un presente che è una bolla di vuoto, in cui consumarsi nella febbre di un desiderio d’amore e accoglienza divorante  che mai potrà trovare soddisfazione. 

Il teatro di Mark Ravenhill, Martin Crimp, Jez Butterworth, Anthony Neilson e della prima Sarah Kane è questo: un tentativo, spesso caotico ed incoerente, di colpire allo stomaco il pubblico, di mettere in pericolo la sua parte più fragile – da qui un’esplorazione costante e ben poco conciliante delle sessualità e dell’emotività, spesso restituite in tutte le loro perversioni e deviazioni – per risvegliarne l’umanità residuale.

La violenza diventa talmente sistematica da ridursi talvolta a mero cliché: stupri, torture, rapporti sessuali, violenze d’ogni tipo si consumano apertamente in scena.

Questi atti moralmente riprovevoli certamente continuano ad essere metafore della violenza che striscia nella società e fruscia alle nostre spalle, ma una metafora che si concretizza sotto gli occhi del pubblico in tutta la sua crudezza, in tutta la sua insensatezza e brutalità e che crea significative corrispondenze con l’attualità ha ben altra ricaduta rispetto ad un’evocazione puramente simbolica.

All’interno di questo panorama si inserisce la parabola creativa di Sarah Kane, autrice che muove i primi passi all’interno di una drammaturgia pienamente in-yer-face, sebbene ante litteram, poiché in lei del movimento è stata a lungo ravvisata la caposcuola, con il discusso Blasted (1995) che generò un pluriennale conflitto critico ed un generale pregiudizio sull’autrice.

Blasted è sconvolgente affresco di una società fondata sulla violenza, in cui un caso di stupro consumato in una camera d’albergo di Leeds si riallaccia alle atrocità consumatesi nella guerra in Bosnia, in una continuità situazionale ed emotiva in cui è arduo istituire il legame tra l’Inghilterra e i Balcani, ma il cui sotto-testo parla chiaro: non esiste differenza tra uno stupro di provincia ed un genocidio, il seme della distruzione e dell’insensatezza è il medesimo e lo seminiamo quotidianamente.

Così nella visionaria cornice d’una camera d’albergo che diventa teatro di guerra tra stupri, violenze e cannibalismo si sviluppa una vicenda da cui affiora, nella disperazione, la consapevolezza che, probabilmente, la salvezza non c’è.

Con il successivo Phoedra’s love (1996) emergono molti temi fondamentali del teatro di Kane come il desiderio amoroso e sessuale smisurato, il bisogno di sentire, la dipendenza affettiva, inseriti, in questo caso, all’interno d’un intreccio senecano in chiave in-yer-face.
La vicenda di Fedra ed Ippolito diventa la tragedia d’un desiderio enorme cui s’oppone un non-sentire ostinato, crudele e per nulla atarattico al punto che solo nella morte s’inverano le tensioni più profonde dei due protagonisti.

Con Cleansed (1998) procede l’itinerario allucinato, ma già potentemente simbolico, verso la liricizzazione della tragedia del bisogno e del desiderio: in un campus-lager un torturatore sottopone alcune coppie etero ed omosessuali a tremende mutilazioni per sondare le loro vere identità e la natura dei sentimenti che le legano. L’epilogo capovolge la situazione di partenza e all’aguzzino rimane una risposta è univoca:

nell’amore risiede la fonte dell’umanità e esso sopravvive, pur mutando forma, nella morte ed oltre ad essa.

Cleansed segna in nuce la svolta lirica successiva, il distacco dall’in-yer face comunemente inteso: la Kane abbandona lo shock mostrato e si ripiega su sé stessa, sul dramma della sua personale vicenda umana contrassegnata da episodi acutissimi di depressione e ricoveri ospedalieri conseguenti.

Dal magma oscuro della propria sofferenza estrae la purezza di una parola così potente  da incidere ferite difficili a rimarginarsi ma dalle quali germoglia un teatro che lascia spossati e pieni di lividi per le profondità – poetiche ed umane – che riesce a toccare, senza mai perdersi in astrazioni o intellettualismi, legando sempre la parola alla concretezza della vita.

Crave (1998) e 4:48 Psychosis (rappresentato nel 2000) sono il risultato più alto della drammaturgia di Sarah Kane: indagini spietatamente sincere sul dolore, sul bisogno d’amore, emotivo e fisico, che brucia la possibilità di qualsiasi palliativo alla sofferenza che la sua mancanza provoca.
Gli ultimi due plays sono rarefatti, delicati ma affilatissimi, sono intrecci di voci, sospesi nel nulla e si assottigliano fino a sparire le indicazioni sceniche, le identità di fondono, si sciolgono, diventano fonemi, puri suoni, cantilene, sussurri e grida, scompaiono del tutto. La partitura vocale è una sorta di canto a più voci in cui echeggia la consapevolezza di un dolore universale così come la speranza di un riscatto totale.

Gli ultimi testi sono i più insostenibili ed i più intensi, quelli che decretano senza dubbio la grandezza di un’autrice che ha rivoluzionato le scene europea ed i cui meriti sono stati, come spesso accade nei casi di scomparsa prematura, riconosciuti pienamente solo dopo la morte e, forse, per le ragioni sbagliate.
Tutta la critica che ha letto il teatro di Sarah Kane legandolo solo ed esclusivamente a situazioni di carattere extra-letterario ha fallito in pieno nel comprendere la densità della proposta di una drammaturga che ha instancabilmente lottato per restituire e donare ai suoi lettori e spettatori una verità poetica e teatrale di rara potenza.

Leggere integralmente il teatro di Sarah Kane significa compromettervisi, sottomettervisi, lasciarlo sedimentare e maturare, acquisirne una consapevolezza tale che possa darsi il miracolo della poesia più alta: cambiare il proprio sguardo sul mondo, cambiare la vita.

L’arte, quella vera, non è che questo: il trampolino che viene messo generosamente a disposizione dell’umanità affinché essa compia un salto nell’Oltre che alberga nell’oscurità della coscienza.

Ognuno, in un punto diverso della parabola di quel tuffo può trovare, se l’arte è sincera, il proprio punto d’accesso ad una dimensione più profonda del vivere e dell’essere.

Il teatro della Kane è dunque un grande trampolino proteso sulle profondità più misteriose e affascinanti, tra il dolore e la salvezza, tra il caos e la coerenza estrema, e la sua parola offre feritoie dalle quali lame di luce, di senso, ci lambiscono e baluginano in qualche istante di folgorazione, poi la nostra mente e i nostri occhi riprecipitano nel buio da cui proveniamo, consapevoli, ancor più di prima, che la luce, anche se non sempre visibile, esiste, è vera.

Per ascoltare l’episodio di Mis(S)conosciute dedicato a Sarah Kane: http://gopod.me/missconosciute

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: