You have not yet been defeated – Alaa Abd El Fattah e Ahdaf Soueif

This is a story about communication. About a man serving five years for an act of communication: sharing a post about a prisoner who had died in jail. About a man whose forte is to communicate between English and Arabic, old and young, the worlds of technology, business, literature and human rights, the disciplines of maths, science and art. A man who epitomises his generation’s intersectionality.

Ahdaf Soueif

La scrittrice e attivista per i diritti umani Ahdaf Soueif è finalmente su Instagram.

Il primissimo episodio del nostro podcast, quello che ci ha fatto nascere come Mis(S)conosciute e che ci ha aiutate a trovare il senso di questo progetto e di una sua missione più ampia, è dedicato proprio a questa straordinaria pensatrice e autrice anglo-egiziana.

La sua famiglia, come testimoniano i suoi romanzi, è sempre stata in prima linea per la difesa dei diritti civili e politici nella storia dell’Egitto.

Con la rivoluzione araba del 2011, evento da cui prende il via la nostra narrazione audio, Ahdaf Soueif, la sua famiglia e quella parte del popolo egiziano che crede nel cambiamento e nell’esistenza di una possibiltià di creare un mondo migliore – hanno sperato che le cose stessero iniziando a modificarsi e a percorrere un cammino più giusto per tutt*.

In prima fila accanto ad Ahdaf Soueif in piazza Tahrir nel 2011 c’erano i suoi amici, i suoi figli, i suoi nipoti, la sua famiglia.

Suo nipote, Alaa Abd El Fattah, attivista politico e blogger, informatico e pensatore, figlio della sorella Laila Soueif – audita il 25 maggio 2022 dal Comitato permanente sui diritti umani nel mondo, istituito presso la Commissione Esteri – è da quasi 10 anni rinchiuso in carcere – con brevi periodi di libertà vigilata – per motivi “politici”: ovvero per aver deliberatamente dato voce alle sue idee, per iscritto e nelle piazze, nel web, per aver osservato con sguardo critico il reale.

Arrestato per la prima volta nel 2006 durante una protesta pacifica, racconta quella prima esperienza di prigionia in un’intervista alla zia, Ahdaf Soueif, pubblicata sulla rivista Bidoun e ora disponibile online.

Oggi Alaa è arrivato al 111 giorno di sciopero della fame, l’unico mezzo di resistenza e protesta viscerale che gli è rimasto per combattere l’ingiustizia della reclusione forzata senza un vero motivo.

Un approfondimento di Democracy Now! sulla situazione di Alaa Abd El Fattah con un’intervista del 2011 ad Alaa Abd El Fattah durante la rivoluzione di Piazza Tahrir e un’intervista alla sorella Sanaa Seif in occasione della pubblicazione del libro di Alaa lo scorso inverno.

Qualche mese fa è uscito un libro che è una raccolta dei suoi scritti dal carcere, degli ultimi anni, fortemente voluto da amici e famiglia, soprattutto dalle sue sorelle Mona e Sanaa (quest’ultima a sua volta ingiustamente rinchiusa in carcere per diversi anni): si chiama “You have not yet been defeated”, pubblicato da Fitzcarraldo Editions, in italiano “Non siete stati ancora sconfitti” tradotto dall’arabo da Monica Ruocco per Hopefulmonster Editore con una prefazione di Paola Caridi, scrittrice giornalista e blogger tra le promotrici della staffetta di digiuno solidale organizzata per Alaa che va avanti ininterrottamente dal 28 maggio (a cui abbiamo partecipato qualche settimana fa) e che sul suo profilo Facebook, Instagram e sul suo blog Invisiblearabs.com ci aggiorna quotidianamente su ciò che sta accadendo ad Alaa.

Abbiamo più volte raccontato la storia di Alaa e cercato di aggiornare chi ci segue il più possibile sulla sua situazione perché è una storia che ci fa arrabbiare, ci fa sentire il peso delle ingiustizie sociali, economiche e politiche che tanto ancora affliggono persone, esseri umani che invece avrebbero soltanto tanti pensieri, azioni e parole fruttuose e utili da dare per contribuire alla costruzione di un mondo leggermente migliore di quello in cui viviamo.

Alaa sta scioperando per questo, per protestare contro chi vuole togliergli la voce, la parola, la sua persona.

Come in uno strano scherzo del destino, Ahdaf Soueif e i suoi figli nelle ultime settimane si stanno trovando a combattere con il governo egiziano anche su un altro fronte, ancora più subdolo, distopico ed esasperante, quello della burocrazia e del diritto a vivere nella propria casa.

Ahdaf Soueif, classe 1950, da decenni vive in una casa galleggiante in una zona tranquilla del Cairo, popolata dalle storiche “house-boats”, tipiche e storiche strutture architettoniche di questo tratto di città attraversato dal Nilo.

In breve, il governo ha deciso di riconvertire la zona in un distretto attrattivo per nuove attività commerciali (hotel, ristoranti, palestre, parcheggi) e tramite un’intricata e incomprensibile rete di nuove disposizioni burocratiche e aumenti sproporzionati di tassazione non meglio chiariti ha reso praticamente impossibile restare ormeggiati in quel tratto di fiume ai proprietari delle case galleggianti.

Molti proprietari, la maggior parte anche molto anziani, hanno abbandonato le proprie case, non potendo permettersi di pagare le alte tasse richieste per i permessi di ormeggio e le licenze per le attività commerciali e non avendo modo, forze, risorse economiche ed energie di riconvertire la propria casa in termini di business.


Ahdaf Soueif e i suoi figli vogliono provarci: vogliono provare a rendere la loro casa un’oasi culturale, un ritrovo ricreativo all’ombra delle sponde del Nilo dove continuare a fare resistenza con l’arma che, alla fine, risulta essere sempre la più efficace, pericolosa e preoccupante per ogni tipo di regime: la parola, il pensiero, la scrittura.

Noi seguiremo gli sviluppi della vicenda e saremo pronte a contribuire a questa impresa in ogni modo che ci sarà possibile, seppur da così lontano.

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