Il patriarcato del romanzo e i suoi complici – di Bernardine Evaristo

Oltre il canone maschile bianco: nella sua lecture per il New Statesman/Goldsmiths Prize, Bernardine Evaristo offre un manifesto per la creazione di un panorama letterario nuovo e inclusivo.

Questo saggio è sul romanzo di un romanziere in quanto tale. È scaturito dal silenzio di tutti coloro nel nome dei quali potrebbe parlare ed è stato scritto contro il frastuono di coloro che potrebbero opporvisi.

Il romanzo esiste solamente in virtù delle storie elaborate all’interno delle sue pagine. Altrimenti sarebbe stato un oggetto vuoto di carta bianca sagomata o uno schermo nero. Dunque quando parliamo di romanzo bisogna parlare delle storie che contiene e del suo contesto, perché solo allora possiamo scoprire cosa veramente significhi nella nostra società.

Questo articolo è per quei creatori della narrazione ignorati e a lungo dimenticati: i griot dell’Africa, i custodi di racconti e storie che attraverso inni tramandavano ciò che sapevano e che più tardi contemplarono fondamentali domande esistenziali come: chi siamo? Da dove siamo emersi e perché? Cosa ci sta succedendo? Come sopravviviamo e come ci relazioniamo tra noi?

Sì, la narrazione iniziò così. In Africa, assieme alla razza umana. Immaginiamo una delle prima donne africane mentre impara a raccontare storie ai suoi figli per invogliarli a coricarsi. Immaginiamo i primi narratori che comprendono che l’unica storia che valga la pena di essere raccontata è quella in cui i protagonisti intraprendono un’avventura e devono lottare contro avversari dai denti a sciabola che tentano di impedirgli di raggiungere la loro destinazione. Quei griot africani capirono molto tempo fa che le loro storie dovevano contenere un forte elemento di conflitto per  mantenere vivo l’interesse delle loro piccole comunità nomadi. La sera sedevano assorte e con le gambe incrociate attorno al fuoco mentre mitologie, cosmologie, genealogie familiari, storie e fantasiose leggende venivano tramandate da una generazione all’altra attraverso la tradizione orale e ogni serata finiva cantando in coro Kumbaya.

Guardate come, attraverso i millenni, le parole mossero i loro primi passi verso la forma fisica: incerte e monosillabiche all’inizio, ma persistettero proseguendo il loro cammino su tavolette di cera dove lasciarono le loro impronte, fino a trovare una sistemazione sul papiro e sulla pergamena, dove formarono poemi e storie, epiche, editti e saggi. Poi si spostarono sulla carta, dove parole ambiziose e prolifiche iniziarono a muoversi sulla pagina come inchiostro ornamentale, fino al tempo in cui si imbarcarono nella marcia in qualche modo militaresca della stampa. E poi, infine, da non credere!, il romanzo moderno è affiorato!

Questo articolo vuole immaginare il romanzo come una creatura metaforica e metamorfica che si inserisce nei cuori e nelle menti delle persone che vogliono farsene consumare mentre si aggira furtivamente nella loro psiche – facendogli vivere avventure, intrattenendole, educandole, mettendole alla prova, illuminandole.

Questo saggio è per lo scrittore di romanzi, il narratore che vuole espandere la coscienza e le possibilità immaginative e narrative della vita stessa attraverso la narrativa in forma estesa. Dunque quando parliamo di romanzo dobbiamo anche parlare di coloro che scrivono il romanzo e di ciò che scelgono di scrivere. Questo articolo sostiene l’idea che i romanzi debbano essere generati da – e debbano parlare a – una popolazione molto varia, e sebbene nessuno sia la somma di presunti “segmenti della popolazione”, dato che miliardi di noi vagano per il pianeta e ci sono 66 milioni di persone solo nel Regno Unito, ogni tanto c’è bisogno di un sistema di indicizzazione che ci renda più gestibili. Le gente può anche odiare le etichette (rigide, fluide o d’altro tipo) ma per alcuni scopi sono utili, specialmente per identificare e distinguere gruppi sociali, comunità di persone e interessi, livelli di disuguaglianza. E mentre nella narrativa l’universalità si genera dallo specifico, le nostre realtà vissute sono unicamente eterogenee.

Questo saggio crede che ci siano molteplici storie letterarie che sono di pari importanza in termini di valore ad esse attribuito da diversi gruppi sociali. Le storie letterarie sono de facto ratificate o respinte da essi – sebbene coloro che sono sempre stati ratificati, di conseguenza, probabilmente non ne sono consapevoli, o concordano con questa affermazione, e potrebbero controbattere che è una reazione non necessaria e riduttiva a qualsiasi indagine sul romanzo. E dato per assodato che il romanzo fa molto più che validare, per chi di noi ne è stato escluso è utile identificare questo processo.

Ci chiediamo, dove siamo nelle pagine del romanzo? Dove sono le nostre possibilità di narrazione? Cosa significa non dare testimonianza delle nostre vite abitando la narrativa? Significa che non abbiamo valore, che la nostra esperienza non ha valore? Perché ci sono così pochi romanzi, là fuori, scritti da noi e su di noi, ed è interamente responsabilità nostra quella di metterci al centro della storia? Quali sono le considerazioni quando lo fanno gli altri? E perché, quando scriviamo romanzi su di noi, è così difficile per molti trovare un editore?

Questo articolo si schiera a favore dei canoni, plurale, se dobbiamo proprio mantenerli. Riconosciamo che la maggior parte dei canoni siano stati costruiti da coloro che da sempre risiedono al centro dell’accademia, dove i testi sono considerati primari o secondari, e il resto non degno o meno degno di studio serio – anche quando chiaramente lo sarebbe. Ci si chiede, qual è l’insieme dei romanzi relativi a questa società che vengono presentati ai giovani? Quanto stiamo allargando l’orizzonte mentale degli studenti per mezzo delle nostre bibliografie? Quando gli chiediamo di entrare nella vita narrativa dei romanzi, quali gruppi sociali hanno la priorità? Nella gerarchia della letteratura, passata e presente, quali romanzi sono proposti come degni della nostra attenzione critica dalle autorità accademiche e culturali? Quali sono le assenze, cosa le giustifica, e come possiamo porvi rimedio?

Molti dei principali fautori del canone di una volta erano stati educati in scuole per soli maschi seguite dalla parola “privata”. Per prima cosa, avevano frequentato una delle due università inglesi che finiscono in “ford” e “bridge”, college per soli uomini in cui i docenti insegnavano romanzi scritti da uomini i cui protagonisti erano principalmente bianchi e uomini. La tradizione influenzò così tutte le generazioni successive e anche oggi nel mondo accademico, quando si parla di storia della letteratura del XX secolo, c’è ancora chi è contrario ad andare in esplorazione oltre i canoni tradizionali. C’è ancora chi si rifiuta di intraprendere quel discorso che in realtà sta andando avanti da decenni, e che si rifiuta di insegnare qualsiasi cosa se non i cosiddetti “grandi romanzi”: scritti e incentrati su uomini, tipicamente bianchi, e nel contempo nega l’esistenza di una cultura esclusoria che non solo sottovaluta ma ignora completamente l’opera delle donne, per esempio, o delle persone di colore. Recentemente ho letto un libro sulla narrativa contemporanea e nel computo dei libri citati, meno del 10% non era di e su uomini bianchi. Inutile dire che l’autore apparteneva a una certa generazione ed era il prodotto di un sistema educativo che implicava le parole “privata”, “ford” e “bridge”, da sempre organico al mondo accademico, in cui le donne ancora combattono per raggiungere posizioni apicali. I tempi sono cambiati ma mi pare che autori come questo ancora non riescano ad evadere dai fondamentali formativi della loro educazione.

Quando parliamo di romanzi scritti da uomini bianchi, la maggior parte delle volte stiamo parlando di romanzi con un protagonista bianco, solitamente maschio. Questo non significa che gli autori non dovrebbero scrivere da qualsiasi tipo di prospettiva e al di là di qualsiasi tipo di differenze percepite, come la razza o il genere, ma quanti romanzieri lo fanno per davvero? Non mi addentrerò in tutte le complessità implicate in questo tema ma se, per esempio, nella narrativa britannica ci fosse bisogno di più donne nere e asiatiche, le persone che più probabilmente potrebbero metterci lì dentro siamo noi stesse.

Ora, rispetto all’idea di grande letteratura. Sicuramente la misura della grandezza letteraria non può essere presentata come una verità assoluta e oggettiva senza un dibattito che la consideri un gioco di equilibri tra la valutazione di stile, complessità, sostanza, innovazione e storia letteraria, a cui si giustappongono preferenze estetiche individuali, contesto culturale ed educativo e visioni del mondo. Se può esserci un certo grado di consenso sul valore di alcuni romanzi in quanto “grandi opere” precedenti al XX secolo e dei primi del Novecento, c’è meno accordo rispetto alla narrativa postbellica e un accordo ancora minore, immagino, nei confronti della narrativa del XXI secolo, che è molteplice.

Perciò, quali sono i principi che sottendono alla curatela di una bibliografia relativa a quest’ultima letteratura? Come possiamo aprirla? Questo saggio lancia una sfida a tutti gli accademici che ancora si rifiutano di affrontare discorsi liberali e rivalutare le proprie bibliografie, tutti coloro che privilegiano l’essere bianco e maschio rispetto ad altre caratteristiche demografiche: un atteggiamento che trasmettono alla prossima generazione di lettori, pensatori, accademici, editori e critici. Magari questi accademici sono semplicemente pigri. Magari non gliele frega nulla di fare ricerca e non sono curiosi verso le narrative che vanno oltre i parametri di loro usuale interesse. Ci dicono questo quando, ogni tanto, appaiono nelle pagine letterarie e parlano dei libri che hanno letto di recente e fanno solo un accenno simbolico a libri non scritti o non incentrati su uomini bianchi. Non si possono cambiare o influenzare i gusti personali, ma si spera che gli accademici insegnino al di là delle loro preferenze ed estetiche. E ci sono quelli che scartano determinati moduli perché ritenuti inferiori – corsi che insegnano libri di scrittori che sarebbero altrimenti esclusi, in aree come la narrativa delle donne, letteratura mondiale  o il romanzo lesbico.

Una bibliografia completamente integrata è un esercizio illuminante che potrebbe comportare la revisione del curriculum.
Però, seriamente, come si può insegnare la narrativa inglese del XX secolo e non includere (non come gesto puramente simbolico) un numero potente e significativo di libri di una maggioranza globale di autori, che comprendono romanzi di autori neri come Their Eyes were Watching God di Zora Neale Hurston, Passing di Nella Larsen, Go Tell it on the Mountain di James Baldwin, Things Fall Apart di Chinua Achebe, Maru di Bessie Head, The Joys of Motherhood di Buchi Emecheta, Beloved di Toni Morrison, Nervous Conditions di Tsitsi Dangarembga, Crossing the River di Caryl Phillips e Trumpet di Jackie Kay? 

Vergogna a qualsiasi corso di scrittura creativa che non abbia una bibliografia pienamente integrata per i suoi studenti. Come possono gli accademici formare gli scrittori del futuro con una tavolozza così limitata di scrittori che sono prevalentemente bianchi e scrivono dell’essere bianchi? Io stessa ho visto parecchie bibliografie e mi è stato riferito di altre, e questa è a volte la realtà: personaggi, autori e trame maschili, bianchi, eterosessuali, borghesi. Immaginiamo il messaggio deleterio che si dà agli studenti a cui vengono proposti esclusivamente questi libri e da cui dovrebbero imparare il loro stile. L’hashtag “decolonising the curriculum” (decolonizza il curriculum di studi, n.d.r.) è importante oggi come ieri.

I romanzi indagano l’essere e la società. Impariamo da loro: possono interpretare la storia dandone una lettura contemporanea; possono reimmaginare il mondo attraverso la fantasia; o possono reggere uno specchio ingranditore di fronte alla nostra società odierna. Immaginiamo ciò che alcune bibliografie raccontano della nostra società: donne e persone di colore non hanno scritto nulla nel XX e XXI secolo, o comunque certamente non romanzi degni di un’approfondita analisi accademica. Immaginiamo qualcuno che dal futuro cerchi di capire chi eravamo nel XXI secolo, basandosi sui libri insegnati nelle università.

Comprendiamo veramente il significato di un romanzo e di un romanziere attraverso i secoli quando li posizioniamo nel contesto del loro tempo, capendo come alcuni dei loro significati siano derivati dal fatto che fossero, ad esempio, apripista di movimenti che avrebbero lasciato una tradizione alle loro spalle, facendo esistere nuove narrative attraverso la scrittura.

Il rivoluzionario Their Eyes were Watching Go fu il primo grande romanzo scritto da una donna nera su una donna nera, che interrogava il desiderio e le relazioni, il conformismo e la comunità. 

Things Fall Apart incarna la lotta tra la cultura Igbo pre e post-coloniale in Nigeria ed fu scritto in risposta ai resoconti coloniali unilaterali sul continente africano.

Un romanzo come The Joys of Motherhood guarda al conflitto tra la cultura e le usanze tradizionali e l’occidentalizzazione del Lagos di ieri, il gioiello della corona coloniale nigeriana, ponendo al centro l’essere donna e la maternità in quella che fino a quel momento era stata una tradizione letteraria opprimentemente maschile.

Beloved  di Toni Morrison racchiude la storia della schiavitù in America (e per un bel po’ di tempo l’Inghilterra ha avuto colonie e ha gestito la tratta degli schiavi verso gli U.S.A., per cui è anche storia britannica) attraverso l’esperienza di chi l’ha sopportata.

Trumpet di Jackie Kay sfida le pressioni sociali e le aspettative sul genere e vita queer e il conflitto tra la fedeltà a sé stessi e il vivere nella menzogna.

Sono romanzi potenti. Come possono questi grandi testi non trovare posto accanto ad altri grandi testi in lingua inglese del XX secolo?

Questo saggio mette alla prova tutti coloro che riducono i romanzi della maggioranza globale – perché i bianchi non sono la maggioranza della popolazione mondiale – a romanzi solamente sull’“identità”, quando per la maggior parte chiaramente non lo sono. È un pensiero critico ozioso, paternalistico e di bassa lega. Sicuramente alcuni di questi romanzi interrogano l’identità, in particolare le opere degli scrittori più giovani, ma la maggior parte di essi non lo fanno.

Questo saggio sfida tutti quelli che, se mai hanno avuto contezza della scarsità di romanzi delle popolazioni della maggioranza globale in questo paese. Tutti coloro che hanno considerato questa mancanza come un segno del fatto che semplicemente non siamo abbastanza bravi – che sarebbe la ragione per cui non veniamo pubblicati abbastanza – in opposizione ad un’analisi delle prove di un pregiudizio. E quando facciamo questo discorso, il benalstrismo di chi obietta spesso solleva la sua brutta testa. I sì ma per cui se ci sono state eccezioni alla regola l’argomento è nullo o inconsistente. Beh, le eccezioni spesso funzionano come una sorta di concessione simbolica, che è un’ostruzione insidiosa e notevole ad un avanzamento reale.

Dobbiamo darci una regolata, anche noi: più di noi devono scrivere storie a un livello da pubblicazione, ma quelle opere non devono essere “grandi” – perché la maggior parte dei romanzi non è “grande”, comunque li si voglia definire, e molti scrittori non aspirano necessariamente alla grandezza. Abbiamo bisogno di pubblicare romanzi di ogni genere – gialli, thriller, storici, horror, d’amore, sperimentali – per qualsiasi tipo di lettore, riconoscendo che i tratti apparentemente rigidi dei generi spesso sono porosi. Quando parliamo del romanzo nel mondo accademico tendiamo a concentrarci sulla narrativa, che tende a ricevere un più alto livello di attenzione critica, mentre di solito non raggiunge il grande pubblico. Il valore della narrativa nell’accademia non si misura normalmente dal suo valore commerciale, che è una buona cosa (altrimenti il mio editore mi avrebbe mollata anni fa), ma piuttosto è valutata per il modo in cui investiga le idee e il linguaggio, la sua ampiezza e profondità, l’originalità ed innovazione narrativa, la complessità e anche la difficoltà. Sì, abbiamo bisogno della narrativa nel cuore della nostra cultura letteraria ma abbiamo anche bisogno che in Inghilterra gli scrittori della maggioranza scrivano ogni tipo di romanzo – i libri che dominano le classifiche e mandano avanti l’economia editoriale, i tipi di libri che incontrano gli appetiti degli amanti del brivido, degli amore-romantico dipendenti, dei lettori detective, di chi ama sentirsi spaventato.

E quando ci saremo dati una regolata, gli editori dovranno essere a bordo e assicurarsi che verremo intervistati e recensiti – non solo i libri super attesi e “pompati” con grandi budget alle spalle, ma tutte le piccole gemme e gli editori più piccoli, che sono normalmente ignorati.

Quando i romanzi della maggioranza globale sono infatti celebrati (i pochi che ce la fanno) ci sono quelli che dicono che si tratta di “politicamente corretto” e che il successo non dipende dalla qualità dell’opera – opera che molto probabilmente non ritengono nemmeno degna di lettura. È una moda, gridano. L’implicazione è che questo fatto rappresenta un cambiamento culturale verso la narrativa inferiore – un favorire questi indegni scrittori che sono usciti allo scoperto, che sono semplicemente parte dell’esercizio della sinistra liberale di “spuntare la casella”, invece che grande arte, con cui intendono romanzi che resistono alla prova del tempo, dichiarati con l’arroganza della chiaroveggenza. Non c’entra chi scrive i romanzi o i loro temi, proclamano – come se non esistesse il contesto culturale in letteratura e in editoria, come se vivessimo in una società equa, come se la discussione intorno all’inclusione e alla giustizia sociale fossero scemenze, scuse irrilevanti, segni di inferiorità intellettuale. “Che importa chi è l’autore?” dicono. La grande letteratura è altro da queste meschine preoccupazioni!

Gli scrittori della maggioranza globale appaiono iper-visibili in questo contesto, notati perché deviano dalla norma dell’essere bianchi, nonostante non ce ne siano molti, ma per alcuni anche questi pochi sono troppi. Vengono denunciati come aberrazioni effimere del sistema perché ci si aspetta che continuino ad esistere nell’ombra, guardando con bramosia al palcoscenico della buona letteratura.

Questo saggio nota che i romanzi di donne e sulle donne sono spesso ridotti dal patriarcato del romanzo e dai suoi complici come “domestici”, anche oggi, anche quando non lo sono. E anche se lo fossero, la sfera domestica è dove la maggior parte di noi vive gran parte della propria vita, quindi, esattamente, cosa c’è di inferiore in questo? D’altra parte, quando i romanzieri maschi scrivono della sfera domestica, la loro riflessione è vista come un rimuginare sul senso della vita, sulla “condizione umana”, lo stato della nazione, dell’universo, di ogni cosa.

Può sembrare che un certo tipo di patriarcato del romanzo, e i suoi complici, che hanno guardato chiunque dall’alto da tempi immemori, si trovino sulla via d’uscita, soprattutto dopo che molti di loro hanno proclamato che il romanzo sta morendo – e anche che è morto. Quindi, che speranza c’è per loro? Hanno consegnato le loro carriere ad un sepolcro prematuro. Forse non hanno idea dello stato del romanzo, perché leggono ancora principalmente romanzi identitari scritti da persone come loro e su persone come loro. Sono loro i veri identitari che non hanno idea di quanto il romanzo sia florido – grazie a nuove prospettive e narrative che lo infondono con nuove idee, storie, culture, vita – perché non li leggono.

Questo saggio è per tutte le persone che non hanno popolato i romanzi pubblicati nel nostro paese; che sono semplicemente assenti da essi, o che, specialmente in un passato non così distante, sono state presentate come donne con mezzo cervello da oggettificare e scopare, stereotipi tradotti in cartonati della classe operaia o di persone queer, criminali. Tutte le persone che hanno scritto romanzi che non hanno mai conosciuto la transizione in libri perché non erano considerati sufficientemente commerciali, d’attualità o mainstream, nonostante la qualità della loro scrittura e narrazione: i manoscritti dei romanzieri di origine caraibica che nessuno ha scelto di pubblicare perché la narrativa caraibica non è più di moda dagli anni ’50; i romanzi degli scrittori africani che non sono stati scelti perché non parlavano di conflitti interni o della tragedia dei ragazzi di strada maltrattati; i romanzi degli scrittori asiatici che non erano sui matrimoni combinati o non abbastanza esotici; tutti i romanzi queer perché erano semplicemente troppo “di nicchia”; tutti i romanzi sulla vita della classe operaia perché il “realismo crudo” fa così vecchio e le storie non sono riconoscibili – cosa che non stupisce dal momento che il settore è così borghese. Tutti i romanzi di scrittori inglesi neri, perché ne abbiamo già uno sulla lista. 

Questo saggio immagina un paesaggio letterario futuro con una vasta gamma di romanzi completamente inclusivi sui nostri scaffali, sulle nostre bibliografie, nelle nostre case e nell’immaginario di ogni nuova generazione. Ogni genere, ogni tipo di autore, ogni tipo di narrazione. Una più vasta gamma di voci, culture, prospettive può solo arricchire ciò che già esiste e può contribuire a un sistema educativo più inclusivo e a una società più egualitaria.

Questa è una versione editata della  New Statesman / Goldsmiths Prize lecture svoltasi il 30 settembre 2020.

Disclaimer: La presente traduzione non costituisce una traduzione ufficiale del testo ma è una nostra iniziativa per diffonderne la conoscenza ai lettori di lingua italiana.

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