DONNE E CORONAVIRUS, EPISODIO #2: DIRITTO ALL’ABORTO

Il 23 marzo 2020, negli USA, mentre Donald Trump ancora blaterava di “riaprire il Paese” entro Pasqua, i governatori repubblicani di Texas e Ohio, naturalmente uomini, decidevano che l’aborto era una procedura chirurgica “non essenziale” e quindi differibile. Entrambi hanno dichiarato che quest’atto era da intendersi a tutela preventiva dei lavoratori della sanità, in attesa (in ATTESA!) del flusso dei casi di Covid-19.

Due settimane fa, in Polonia, durante il lockdown, in Parlamento si è iniziata a discutere una proposta di legge che ridurrebbe al minimo le situazioni in cui una donna può ricorrere legalmente all’interruzione volontaria di gravidanza. Per fortuna la discussione è stata rimandata per ulteriori approfondimenti, anche grazie a una protesta “socialmente distanziata” messa in atto da donne polacche munite di cartelli e mascherine. Tuttavia il segnale, anche in questo caso, è inquietante: neppure durante una pandemia possiamo abbassare la guardia. 

E in Italia? In questi giorni di emergenza sanitaria gli aborti sono a rischio, la legge 194 più che mai calpestata. Il personale sanitario non obiettore (circa il 30% del totale, ricordiamolo) è spesso impiegato in altri reparti, tanti consultori non sono operativi. In alcune delle province più colpite è stata persino sospesa l’epidurale (non c’entra, ma c’entra). L’aborto farmacologico con la RU486 è un’utopia: ma ciò non è dovuto (soltanto) al coronavirus. “In osservanza a quanto raccomandato dal Consiglio Superiore di Sanità, la stragrande maggioranza delle regioni italiane prevede l’effettuazione della procedura farmacologica in regime di ricovero ordinario. Per questo motivo, nonché per difficoltà organizzative, solo poche strutture offrono la possibilità di scegliere tra aborto medico e aborto chirurgico, tanto che nel 2013 solo il 9,7% delle donne italiane ha potuto fare ricorso al metodo farmacologico”, scrive l’Associazione Luca Coscioni, che da anni si batte per la somministrazione della RU486 in regime di day hospital negli ambulatori e nei consultori. Questo perché in Italia si cerca ancora in tutti i modi di “dissuadere” la donna dall’abortire: il ricovero ospedaliero prevede tre giorni in sede e deve avvenire entro la settima settimana dall’ultima mestruazione (mentre l’OMS ritiene “safe” l’assunzione fino a 9 settimane).

Le donne sono sole. Alcune contravvengono ai decreti per abortire nei pochi presidi operativi che possono accoglierle, altre (presumibilmente) ricorreranno all’aborto clandestino, rischiando la vita, come ai cari vecchi tempi. Altre ancora si terranno un figlio che non vogliono e non possono allevare.

Con la crisi occupazionale che ci aspetta al termine della fase acuta della pandemia – che travolgerà, ancora una volta, in primo luogo le donne – accollarsi un figlio (non voluto) non è proprio il massimo, converranno anche i pro-life.

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