DONNE E CORONAVIRUS, EPISODIO #1: IL LAVORO

Per inaugurare al meglio la fase 2 (o piuttosto la fase 1.2?), nei prossimi post abbiamo deciso di trattare alcuni aspetti dell’epidemia in corso piuttosto “impattanti” sul fronte femminile. Non potevamo non iniziare dalla questione occupazionale che, lungi dall’essere risolta ben prima del lockdown, rischia di travolgere la società in generale e le donne in particolare. Immagine di copertina: Karin Mack, Bügeltraum

Un lavoro è importante, ma quello che le donne vogliono veramente è una casa e dei figli”. Una citazione da un documentario del 1954? No, una delle affermazioni “sondate” da IPSOS per il Corsera, aprile 2020. Sono d’accordo il 71% degli intervistati uomini e, udite udite, il 63% delle intervistate donne. In Danimarca – sì, esattamente uno di quei Paesi che ogni volta si citano per magnificare la parità di genere, evidentemente a ragione – gli uomini sono il 12% e le donne l’11%.

Tipici cartelli scritti da donne che vogliono veramente una casa e dei figli

Vi sorprende? No di certo. Già prima dell’epidemia in Europa le donne trascorrevano in media 13 ore in più a settimana ad occuparsi di casa e famiglia. Con ciò non intendendo solo il carico mentale dell’organizzazione, che per molti uomini semplicemente non esiste, ma proprio gli oneri pratici quotidiani: pasti, pulizia, cura dei figli (e dei genitori, a volte). Tuttavia, l’epidemia ha aggravato la situazione, spezzando gli equilibri faticosamente raggiunti in molte famiglie italiane, con il risultato che tante donne si sono trovate a lavorare da casa, dovendosi occupare anche di tutto il resto. “Improvvisamente sono ricaduti sulle loro spalle tutti quei lavori che avevano affidato alla scuola o ad altre figure come i nonni, le baby sitter e le colf”, scrive Annalisa Camilli su Internazionale.

(In ambito accademico la questione è eclatante. Negli Stati Uniti le difficoltà nel conciliare famiglia e smart working hanno portato a una diminuzione degli studi firmati da donne durante il lockdown; nello stesso periodo, curiosamente, quelli firmati da uomini sono aumentati. Leslie Gonzales, docente della Michigan State University, si è chiesta: quando le istituzioni dovranno decidere a chi affidare la cattedra, come valuteranno i risultati raggiunti dai candidati durante la pandemia?)

In un mondo inevitabilmente impoverito, le disuguaglianze sociali rischiano di accentuarsi. Le donne, che in ambito lavorativo sono già “esposte” e “fragili”, risentiranno maggiormente delle conseguenze economiche del lockdown. «Nel nostro Paese il tasso di occupazione femminile è intorno al 50%, tra i più bassi in Europa e inferiore a quello degli uomini, che è intorno al 67%. Al Sud il dato delle donne è al 33%: significa che solo una su tre lavora. Uno shock negativo come questo renderà difficile trovare lavoro, ovviamente, ma amplifica il vero elemento di debolezza: le donne hanno spesso formule di lavoro precarie o più fragili contrattualmente» sostiene Paola Profeta, docente all’università Bocconi. Secondo un report di Eurostat, un terzo delle donne lavoratrici (30%, quasi 4 volte il tasso degli uomini) nel 2018 ha osservato un orario part-time, a tempo determinato, con salari più bassi rispetto a quelli maschili. È il gender pay gap, ed è probabilmente destinato ad aumentare. 

In Europa una donna guadagna 85 centesimi per ogni euro che il collega uomo si intasca, a parità di ruolo ed orario di lavoro

Ma è già ottimistico sperare che per la gran parte delle donne ci sarà ancora un “pay”. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha fornito dati sconcertanti: la pandemia causerà una perdita stimata pari al 6,7% delle ore lavorate, l’equivalente di 195 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Tra i settori più in sofferenza quello della ristorazione e degli alloggi, che dà lavoro a 144 milioni di persone: più della metà sono donne. Non è difficile intuire che il comparto resterà in forte crisi almeno per tutto il 2020.

Anche tra chi ha continuato a lavorare la situazione non è migliore. Soprattutto i lavoratori della sanità sono al momento in prima linea: infermieri, dottori, OSS in ospedali e case di cura, ma anche dipendenti delle lavanderie e delle imprese di pulizie. Bisogna tuttavia includere nel computo anche i lavoratori del sociale, dei trasporti, dell’agricoltura e dei servizi pubblici essenziali. Parliamo di 136 milioni di persone, spesso sottopagate, che rischiano peraltro tutti i giorni di esporsi al contagio sul posto di lavoro. Anche qui, per il 70% si tratta di donne.

Il pericolo – oltre a quello, evidente, per la salute – è che le donne facciano un rovinoso passo indietro nel già difficile cammino per la parità di genere. Bellamente ignorate nella composizione del Comitato tecnico scientifico per la gestione dell’emergenza, costrette silenziosamente al ruolo di “ammortizzatori” in mancanza di asili e altre forme di assistenza, probabilmente destinate ad abbandonare il lavoro (con stipendi più bassi dei propri compagni, anche in una situazione di condivisione delle incombenze familiari, se uno dei due dovesse rinunciare alla propria occupazione: a chi mai toccherà?).

Ancora una volta i diritti delle donne contano meno e questa è la dimostrazione che sono costantemente sotto scacco: nei momenti più critici, siamo noi quelle sacrificabili. Questa è discriminazione. Questo è doppio standard. Questo, nel 2020, è il patriarcato.

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