Mimose in fiamme

L’otto marzo torna puntuale ogni anno e il 2020, nonostante una partenza che ha tutti i crismi dell’Armageddon, non fa eccezione. Ogni anno è inevitabile, tra retorica frusta e (doveroso) interventismo femminista a mezzo sciopero generale, fare ancora e di nuovo il punto della situazione per stabilire la tenuta ed il progresso del nostro percorso verso la parità, l’uguaglianza, la libertà, il pieno riconoscimento dei nostri diritti in quanto donne.

Se quest’anno le restrizioni imposte dai provvedimenti ministeriali adottati per far fronte alla minaccia del Covid-19 – lui sì, un virus egualitario! – renderanno quasi impossibili le manifestazioni e rivendicazioni di piazza – ma Non una di meno in qualche modo ci proverà lo stesso, in forme altre rispetto al corteo, il 9 marzo – , l’epidemia che serpeggia non ci impedirà di mettere nero su bianco le nostre riflessioni, che non hanno pretese teoriche o d’indirizzo, ma sono solo spunti sui quali arrovellarsi ancora un po’.


La strada che si fa è sempre troppo poca

Nonostante le oggettive difficoltà che in quanto donne riscontriamo nella vita di ogni giorno e riconducibili, più o meno tutte, consciamente o inconsciamente, al patriarcato che impera (nonostante le forme talvolta soft che ha imparato a fare sue), in generale, per lo meno qui, in Occidente, l’impressione è che pure con tutte le difficoltà del caso qualche passo in avanti si riesca a fare. 

Ma siamo sicuri? Giusto un paio di giorni fa il The Guardian ha pubblicato un articolo a proposito del rapporto diffuso giovedì 5 marzo dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) in cui si rileva un dato che lo stesso Pedro Conceição, direttore dell’unità che ha redatto il documento, definisce “shocking”: 9 persone su 10, indipendentemente dal genere, manifestano un bias nei confronti delle donne. L’analisi è stata svolta in 75 nazioni in cui vive l’80% della popolazione mondiale sul periodo 2005-’09 e 2010-’14: il pregiudizio di genere assume dunque, ancora oggi, proporzioni schiaccianti.

Lo studio rileva che piccoli margini di miglioramento ci sono stati, rispetto ad alcuni casi specifici, ma lo scenario globale riguardo al perdurare del bias femminile – il pregiudizio che non ci considera “per natura” adatte a detenere il potere, come leader politiche, come manager, come donne al comando in ogni ambito e in qualche caso-limite arriva a mettere in dubbio il nostro status di soggetti di diritto – registra un generale passo indietro, anche in paesi insospettabili (come la Norvegia), con una conseguente possibile contrazione dei diritti delle donne in molte aree del pianeta.

Questo quadro fa sì che difficilmente saranno raggiunti i gli obiettivi di gender equality prospettati per il 2030: milioni di ragazze e donne continueranno ad essere discriminate in base al genere anche a latitudini inaspettate.

Ci stupiamo? Macché. Anche il gender pay gap parla chiaro: il divario salariale medio tra uomini e donne che svolgono un lavoro dipendente è del 20%, secondo uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro, che nei paesi Ocse si “riduce” al 13,4%. In Europa una donna guadagna 85 centesimi per ogni euro che il collega uomo si intasca, a parità di ruolo ed orario di lavoro: insomma, una donna, nel vecchio continente, in proporzione lavora due mesi all’anno a gratis. Mica male! Noi italiane, davanti a questa sproporzione offensiva non battiamo ciglio: sperimentiamo ogni giorno i benefici (degli altri…) di un gender pay gap che, buttando un occhio alle tabelle, sembra tra i minori a livello europeo.

Ma un momento! Da noi le donne che lavorano sono il 56,2% contro il 75,1% degli uomini (siamo ultimi in Europa nell’occupazione femminile) e sono migliaia ogni anno quelle costrette a scegliere il part-time o a lasciare il lavoro per tirare su i figli (in particolare dall’arrivo del secondo) e mandare avanti la baracca, grazie anche alle macroscopiche lacune del welfare statale in materia di politiche familiari. Equal pay for equal work: sì, ma quando?

Senza parlare poi della faglia di Sant’Andrea che spacca la convivenza familiare su due versanti netti, e cioè il carico mentale, il fardello domestico che ricade quotidianamente sulle donne e che è spesso sottovalutato ma che di recente – speriamo – è tornato alla ribalta anche grazie all’uscita, in Italia, con Laterza, del fumetto cult Bastava chiedere! della blogger femminista francese Emma.

Sarebbe bello farlo leggere a tutti gli uomini (vi vogliamo bene!): può essere la volta buona che smettano di sentirsi dei pii Don Bosco ogni volta che sparecchiano o raccolgono un calzino, rivendicando questi gesti magnanimi e illuminati, per altro, per l’eternità, ad ogni litigio! Insomma, se a volte abbiamo l’impressione di essere ormai a buon punto lungo la via dell’emancipazione, disilludiamoci: la strada da fare è ancora moltissima e tutta in salita.

Immagine tratta da “Bastava chiedere” di Emma

Ma per fortuna abbiamo buona testa, buone gambe e buoni polmoni (Covid-19 permettendo!).


Il problema è dentro di noi

Già. Sembra proprio che il problema siamo noi. Il nostro corpo è il problema, prima ancora che il nostro cervello, il nostro salario, il nostro diritto di voto, i nostri diritti in quanto persone e donne. Il nostro corpo anarchico è un problema politico prima ancora che per le implicazioni che scaturiscono dal suo essere nel mondo (reificazione, sfruttamento, diseguaglianza, identità di genere, le mille forme di body shaming, maternità,  contraccezione, prostituzione, molestie, violenza di genere, utero in affitto ecc.) da quelle insite nel suo essere organico, biologico.

Sanguiniamo una volta al mese – siamo tutti qui anche grazie a questo – ed è ancora un problema: se qualche campagna pubblicitaria – che fa sorridere definire “encomiabile” (lo è) quando ciò che finalmente mostra è per noi tutte una consuetudine fin dalla pubertà – tenta di sfatare il tabù del sangue mestruale facendoci vedere finalmente un fluido rosso versato su un assorbente alato (con micro-filtrante seta, vorremmo sperare!) al posto dei consueti liquidi bluette, le operaie della FCA di Melfi macchiano ancora le loro tute bianche durante i turni in fabbrica e le loro richieste di poter quantomeno cambiare il colore della divisa – per motivi igienici ma anche di convivenza civile –  sono state respinte dai vertici aziendali per “motivi di decoro”.

La loro battaglia – sicuramente meno glamour del #meetoo e #quellavoltache, perché queste son donne che subiscono una violenza alla catena di montaggio e non nei pressi dei red carpet – va avanti dal 2015 senza sortire risultati concreti e con ben poca risonanza nel dibattito pubblico – di certe cose meglio non parlarne! –, salvo rare eccezioni, come il lavoro dell’artista Clelia Mori.

la mostra “Il mistero negato del corpo che non tace”, di Clelia Mori.

Le mestruazioni rimangono un grande rimosso: forse perché non hanno la testimonial giusta, il Bobo “ Shave like a bomber” Vieri della situazione! Probabilmente è per questo che in Italia le lamette da barba sono beni di prima necessità mentre sugli assorbenti c’è l’Iva al 22%. Il lusso si paga tutto! In tutto ciò consoliamoci: a fine febbraio il parlamento scozzese non ha solo abolito la Tampon Tax ma ha reso gratuti gli assorbenti nel paese, primo al mondo ad adottare questa misura. Aver indossato il kilt per secoli ha sicuramente insegnato qualcosa a questo popolo!

Comunque, il nostro corpo è ancora un campo sul quale il potere intende giocare partite decisive: le cicliche recrudescenze antiabortiste che in un paese di ginecologi obiettori ci affliggono ad intervalli regolari e che inducono segretari di partiti ahinoi di prima piano ed ex ministri della Repubblica a criticare “stili di vita incivili” (delle donne solamente, si badi) sono la riprova di quanto la brama di legiferare su e disporre di un corpo che sfugge ad ogni tentativo di dominio, che può (ma non deve) generare e che biologicamente è portato alla ribellione sia insaziabile. Il nostro corpo è la misura delle nostre scelte e quello che più inquieta, a tutte le latitudini, chi detiene il potere – anche al netto dei vari reflussi di squadrismo maschilista che affiorano ai quattro angoli del globo (vedi il caso Alabama, in cui dal 2019 è illegale ogni forma di aborto, anche se la gravidanza è frutto di stupro) –  è che non può essere piegato, mai, perché spesso, per paradosso, è lui a scegliere per noi. E noi che ci viviamo dentro lo sappiamo e questa, nonostante tutto, è la nostra più grande forza: sapere di esserci ma di non poter avere sempre il controllo. Questo scandalo è il seme della nostra resistenza.

Il ritratto della giovane in fiamme

E da queste considerazioni, a cascata, discendono tutte le vexatae questiones in cui siamo impantanate: sessualità, maternità, famiglia, lavoro, disuguaglianza economica e de facto, aspettative e dura realtà, consenso, violenza, soprusi e giù lungo la china dell’ottusità e della violenza subdola dei “te la sei cercata” e “dei “ma che t’aspettavi” unisex, proferiti in  quasi tutti i campi della vita e talvolta pronunciati pure in sede penale. Il punto è questo: non è che a molti uomini non va giù il pensare che noi abbiamo i loro stessi diritti. Al massimo storcono un po’ il naso ma niente più.

Tanti proprio non digeriscono la diversa disposizione degli elementi dell’enunciato: che loro hanno i nostri stessi diritti. Così non gli piace più e partono con la canzonatura, con vari gradi d’ironia, del “avete voluto la parità, eh?”: facile cancellare la differenza invece che sforzarsi di avvicinarlesi, comprenderla, almeno un po’. Fare un poco di quello che noi facciamo ogni giorno da quando siamo nate, nel bene e nel male. Difficile, per tanti uomini, rinegoziare una quota anche minima o solo simbolica di potere, ritrarre di qualche metro i confini di un dominio ereditario che però non corrisponde più alla topografia che avevano in mente i loro padri e i loro nonni, eh?

Poi ci sono episodi pubblici davvero spiacevoli, nel mondo della comunicazione e dei media: imbolsito giornalista di mezza età che attacca la book influencer Carolina Capria di base perché e brava e ha successo pur senza scrivere su un quotidiano (se così si può definire Il Giornale) e anche perché ha le tette – com’era?! … la “nostalgia del seno”?! –  e nel mainstream, a compensazione, una devastante retorica d’accatto, quello stilnovismo televisivo delle “donne angelo”, delle “creature meravigliose” vallette al “festival delle donne” che però meglio se si scansano di lato, magari un passo, anzi due, indietro. E se da noi le uscite di Amadeus – quel gran gigione!  – scatenano l’indignazione social a colpi di #quellavoltache (sacrosanti), mentre a femminicidi – questa parola che piace poco, avete notato?! Anche al correttore automatico non va a genio… –  , ad oggi, stiamo a quota 15, a far brillare le polveri come si deve, ancora una volta, ci pensano le francesi.

Una monumentale Adèle Haenel, grandiosa protagonista di Il ritratto della giovane infiamme di Céline Sciamma, capolavoro ingiustamente sottovalutato dal punto di vista dei riconoscimenti ufficiali, abbandona la platea dei premi César, i più prestigiosi del cinema francese, quando viene annunciata la vittoria di Roman Polanski per la regia de L’ufficiale e la spia, film che ha ricevuto ben 9 candidature. Haenel, che ha recentemente denunciato gli abusi subiti da ragazzina nel mondo del cinema, se ne va a grida ai giornalisti “Vive la pédophilie, bravo la pédophile!”: su Polanski pende dal ’77 una condanna americana per stupro di una minore, lo sappiamo tutti, infondo.

Mais bon, ça va… Molte altre defezioni tra le fila delle astanti si susseguono durante la serata, ogni volta che la pellicola sull’affaire Dreyfuss viene premiatai e il suo réalisateur contumace nominato. Infuoca la polemica e Virginie Despentes, la scrittrice anarco-femminista più agguerrita di sempre, scrive un furioso j’accuse – è la nemesi, bellezza – verso un sistema di potere che legittima e promuove la violenza di genere ed economica, contando in primis sul consenso delle vittime. Scrive anche che è giunto il momento di smetterla di “separare l’uomo dall’artista”: un’affermazione sconvolgente e anche dolorosa sulla quale vale la pena meditare a lungo, tutti. La società sarebbe disposta a “separare la donna dall’artista“, se la donna in questione commettesse abuso su un minore o violenza sessuale? Probabilmente no. Domandiamocelo, comunque. E domandiamoci anche se l’opinione pubblica, la società sarebbero disposte a seprare la “donna dall’artista” se la donna in questione fosse vittima di un abuso o di molestia sessiale? Conosciamo già la risposta: no. Anche questo è doppio standard.
Nel frattempo “d’ora in poi ci alziamo e ce ne andiamo”: quel corpo adesso sa che – date le condizioni storiche e politiche in cui noi viviamo, qui e ora  – può scegliere per sé e sceglie di non fare parte di un sistema che è pronto a stritolarlo alla prima intemperanza.

Lasciare un vuoto per manifestare un dissenso radicale. 

Fischi e una sala mezza vuota sono il risultato di questa presa di posizione che è anche e soprattutto fisica e perciò dimostrativa; qui, la sera delle finalissima sanremese, a ridosso del verdetto, abbiamo invece indugiato in una bella marchetta del film in uscita di Fausto Brizi, travolto – evidentemente senza troppe conseguenze (il fatto non sussiste…) – da accuse di molestie da parte di varie attrici non più di tre anni fa. Negli stessi giorni a New York Harvey Weinstein viene condannato per stupro.

La Casa delle Donne Lucha y Siesta a Roma

A Roma, invece, allontanandoci dalle kermesse e dai nomi noti, nel silenzio generale il centro antiviolenza Lucha y siesta s’avvia verso lo sgombero definitivo e il ricollocamento, chissà dove e chissà quando, ma se ne parla poco, pochissimo. A queste donne, anche loro troppo lontane dagli hashtag di tendenza, va la nostra solidarietà e una simbolica mimosa, un fiore povero e umile ma dalla fibra inscalfibile.

ps: il film della Sciamma è un capolavoro, guardatelo! Racconta, con una cinematografia di altissimo livello, intarsiata di omaggi ai grandi della settima arte, la liberazione dalle convenzioni, nella vita e nell’arte, lo sguardo sull’alterità, l’attuazione dello sconvolgimento irreparabile dell’ordine della realtà, la riformulazione del canone – i canoni – mediante i mezzi che gli sono propri, dall’interno, l’amore impossibile ma necessario, il corpo, l’atto di scegliere la propria identità e in ultima analisi il proprio destino.

pps: il #metoo in Francia ha adottato l’hashtag #balancetonporc. 

Che ci facciamo qui?

Noi che combattiamo per l’uguaglianza di genere e che grazie al cielo non dobbiamo batterci per la sopravvivenza quotidiana e per questioni materiali più essenziali, consce che questo non debba diventare un alibi per arrenderci al patriarcato, che ci facciamo qui, a parte rimanere senza parole davanti agli adesivi inneggianti allo stupro di Greta Thunberg messi in circolazione dalla compagnia petrolifera canadese X-Site?!

Beh, nel nostro piccolo noi proviamo a costruire un discorso sul femminile che apra uno squarcio su un mondo sommerso. Noi facciamo Mis(S)conosciute – Scrittrici tra parentesi, un podcast che libera – non a caso – dalle parentesi scrittrici troppo poco note e lette degli ultimi 60 anni. Lo facciamo per condividere ciò che amiamo e per esprimerci come vogliamo noi (finalmente!) ma soprattutto per far sentire la voce di tante autrici che adoriamo e di tante altre che stiamo scoprendo e che sono ingiustamente ignorante e/o respinte dal canone perché irregolari, poco concilianti, troppo visionarie, troppo poco figlie del loro tempo e, in un’ultima analisi, molto spesso semplicemente perché donne.

La scelta di dare voce, con la nostra voce, ad artiste femmine è programmatica: vogliamo provare a raccontare l’altra metà della storia della letteratura (novecentesca e contemporanea, per adesso), a far conoscere il pensiero, lo stile, l’immaginario di scrittrici che hanno praticato i generi più diversi (romanziere, poetesse, sceneggiatrici, drammaturghe, fumettiste, ecc.) e che hanno inciso il loro tempo e il nostro, anche a discapito della poca fama che finora le ha accompagnate.


Noi, Giulia, Silvia e Maria Lucia, crediamo davvero che ci sia tanto bisogno di quello che facciamo – senza mai perdere di vista il proposito di farlo sempre meglio!… siamo all’inizio! – e il presente ce lo conferma continuamente: nei programmi di studio in vista del venturo concorso per docenti di italiano nella scuola pubblica su 42 autori di cui è richiesta la conoscenza c’è solo una donna, Elsa Morante.

Tante donne hanno scritto meravigliosamente e hanno spalancato orizzonti di senso altri, diversi, inusitati, nuovi per davvero. Sono partite all’assalto della letteratura con strumenti forgiati da altri all’interno di un canone prettamente maschile e lo hanno vivisezionato e riassemblato per dar forma letteraria a una diversa prospettiva sul mondo, che si è espressa con parole mai risuonate prima, strategie retoriche inusuali, sperimentazioni linguistiche e stilistiche funzionali  a raccontare una realtà che fino a poco più di un secolo fa non esisteva, ovviamente solo in teoria.

Cesare Segre scriveva che la critica letteraria è “gettare lo sguardo nell’ombra”: noi Mis(S)conosciute, con infinita umiltà, ci proponiamo un compito ben meno alto dal punto di vista della densità teorica – purtroppo non siamo Segre! –  ma altrettanto importante, portare alla luce la voce di tante scrittrici che meritano un posto di primo piano nel canone – in tutto il canone, non in quello sempre minoritario della “letteratura delle donne”, in cui tanti dei nomi a noi cari già svettano.

La parola letteraria è un virus: è destinata a propagarsi, ad infettare le menti, a proliferare, a creare anticorpi, a riesplodere dopo lunghi periodi di latenza. Vogliamo che le parole e le storie delle nostre Mis(S)conosciute vengano lette e che contagino i lettori e diventino parte del vissuto di chi le incontra sulla pagina: un piccolo passo verso l’uguaglianza, un grande passo per noi.

Abbiamo scritto un pezzo molto lungo senza mai dichiararci femministe. Tutto quello che abbiamo scritto, però, innegabilmente è femminista e quindi sì, lo siamo. Quello che facciamo lo è. Il femminismo è complesso, contraddittorio (vedi certi doppi standard classisti ai quali si è accennato), articolatissimo, aporetico, incasinato. Ma sa anche essere inclusivo, deve esserlo per vincere le sue battaglie: in questi giorni trovarci gomito a gomito (rigorosamente flesso!) per la #giornatainternazionaledelladonna nella homepage di iTunes con tanti altri podcast che ascoltiamo e seguiamo – come Morgana, Senzarossetto, Be my diary, Match and The City, La Linguacciuta, Avrei qualcosa da dire, Reclame ecc.  – e che raccontano il cambiamento che come donne stiamo producendo e attraversando, ci ha riempito di fiducia.

Vogliamo parlare a tutti perché tutti, tutti, abbiamo bisogno di leggere le scrittrici che raccontiamo, per capire qualcosa in più di questo mondo, di noi (maschi e femmine), di questa vita che viviamo insieme, anche ora, in tempi in cui non possiamo abbracciarci, almeno per qualche settimana.

Vi abbracciamo lo stesso, però.

Giulia, Silvia e Maria Lucia

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